Pensieri intrecciati. Islam ed ebraismo nel pensiero filosofico contemporaneo
a cura di Giacomo Maria Arrigo e Lorenza Bottacin Cantoni
La filosofia occidentale di origine greca si è sovente confrontata, nel corso dei secoli, con il pensiero ebraico, che ha costituito e continua a costituire una fonte di dialogo costante. In tempi più recenti, l’arco speculativo del “nuovo pensiero” che, per Franz Rosenzweig, si estende da Atene a Gerusalemme – si potrebbe aggiungere: passando per Roma – delinea una filosofia che punta a conciliare l’esperienza teoretica con quella religiosa in una pratica che ricuce la cesura tra esistenza e filosofia. Il fecondo confronto tra orizzonte speculativo greco-cristiano e la fonte ebraica ha giocato un ruolo significativo nel delineare le direttrici del pensiero filosofico contemporaneo. Walter Benjamin, Martin Buber, Emmanuel Levinas e Jacques Derrida sono solo alcuni dei numerosi pensatori ebrei o di origine ebraica che hanno voluto tradurre una spiritualità ribelle al linguaggio filosofico nelle categorie della metafisica. Che il dialogo tra occidente greco-cristiano ed ebraismo sia, però, attraversato da un’alterità non riconducibile a questo binomio è, invece, un aspetto troppo spesso trascurato in campo filosofico.
Freud, nel suo celebre saggio L’uomo Mosè e la religione monoteistica (1939) ipotizza un Mosé di origine egiziana che trasmette il monoteismo al popolo ebraico; anche a partire da questa considerazione, Edward Said (1935-2003) denuncia la postura dell’Occidente, che costruisce l’“altro” nella forma dell’Oriente attraverso discorsi e pratiche accademiche, letterarie e politiche. Tale costrutto traccia una mappa della cultura globale in cui un generico Oriente assume connotati di esotismo arretrato, passivo e inconoscibile (perché non razionale) e viene immediatamente utilizzato per supportare e giustificare imperialismo e colonialismo. Secondo Said, il discorso orientalista determina una rappresentazione che ha avuto profonde implicazioni per la comprensione e l’interazione occidentale con i mondi orientali, spesso riducendone la variegata ricchezza a stereotipi semplificati e negativi.
Nell’ottica di sviluppare un dialogo filosofico che ponga in questione tanto la nozione di Oriente quanto quella di Occidente, il presente volume intende interrogarsi sul dialogo mediterraneo tra pensiero europeo, ebraico e islamico.
Sebbene sia arduo ricostruire il ruolo del pensiero islamico in questo dialogo filosofico, resta innegabile che la filosofia islamica abbia avuto un ruolo cruciale nella trasmissione e nella trasformazione del pensiero greco, soprattutto durante il Medioevo, quando filosofi come Avicenna, Averroè e Al-Farabi hanno non solo conservato ma anche sviluppato e ripensato l’eredità greca, ponendola in relazione con le riflessioni che sono alla base del sapere islamico. Il pensiero filosofico occidentale medievale e moderno manca, talvolta, di riconoscere il profondo debito nei confronti della filosofia islamica e costituito dal ricco flusso di traduzioni dall’arabo al latino redatte, per esempio, dagli esponenti della scuola di Toledo. Questo contributo, fondamentale per la preservazione, la diffusione e l’interpretazione del corpus aristotelico e del pensiero greco classico in Europa, è stato troppo spesso misconosciuto. In questa sede, ci si dissocia apertamente dalla prospettiva volta a minimizzare il ruolo del mondo islamico nella trasmissione del sapere greco, a vantaggio, invece di un’influenza predominante dei monaci cristiani. Questa tesi, sostenuta da S. Gouguenheim nel saggio Aristote au Mont Saint-Michel, è contraddistinta da eurocentrismo inaccettabile e da metodologie storico-filologiche discutibili, che qui si vorrebbero decostruire.
Inoltre, nonostante l’importanza dei contributi degli autori islamici di epoca medievale, a partire dall’epoca moderna il pensiero islamico è spesso rimasto ai margini delle narrazioni filosofiche dominanti in Occidente, forse anche in virtù della complessa collocazione dei suoi autori in un ambito disciplinare teologico o giuridico-politico, anziché prettamente metafisico.
Eppure, lo stesso pensiero islamico, in epoca moderna e contemporanea, è animato dall’intenzione di misurarsi con la filosofia europea, come dimostra, per esempio, il progetto di rinnovamento (tajdīd) di Hasan Hanafī, il cui progetto speculativo mira a smantellare le dinamiche di potere dei lemmi “orientalismo” e occidentalismo, attraverso la critica della nozione di “Altro”, laddove l’io è soggetto vincitore e l’altro è l’oggetto, subordinato allo sguardo dell’egemone. L’orientalismo, secondo Hanafī, rivela più del soggetto che indaga che dell’oggetto della ricerca: la visione occidentale vuol meglio comprendere per meglio dominare un Oriente tanto generico quanto mal interpretato. Si tratta quindi di concepire come transitori i rapporti di potere e di invertire il senso della dinamica ermeneutica soggetto-oggetto, consentendo allo sguardo “orientale” di intraprendere, con lo studio dell’Occidente, un più solido progetto di decolonizzazione (Hanafī, 2012).
Partendo da questa sollecitazione, il presente volume intende analizzare come il pensiero islamico contemporaneo si misuri con la tradizione filosofica occidentale, quali elementi vengano mantenuti e quali invece vengano riletti e ripensati secondo categorie prettamente islamiche, tentando di esporre, ad esempio, in che modo la lezione Mounier e Lacroix si mescoli alla lettura del primo Heidegger nel personalismo di Muhammad ‘Aziz Lahbābī (1923-1993); come la tradizione democratica sia posta al vaglio della critica di Muhammad ‘Ābid al-Jābrī (1935-2010); in che modo una nozione di matrice occidentale come il laicismo del pensiero venga interpretata in seno alla tradizione musulmana nella lettura di Bassam Tibi (1944); in che modo un musulmano europeo concepisca il plesso occidentalizzazione-decolonizzazione e quali risvolti politici implichi l’esercizio critico su una possibile identità musulmana collettiva nell’ottica riformista di Tarīq Ramadān (1962).
Un altro plesso di riflessione è anche quello che coinvolge l’esperienza intellettuale dell’Islam femminile contemporaneo, prevalentemente incentrata sulla filosofia pratica e meno interessata alla speculazione teologico-teoretica. In che modo il pensiero femminile che si è sviluppato in Occidente ha ispirato, in tempi recenti, riflessioni sul significato e il ruolo della donna nell’Islam? A partire dall’esperienza femminista di Hudā Sha‘rāwī (1879-1947), che ha inaugurato la possibilità di pensare criticamente i diritti delle donne e ha sollevato la questione dell’autodeterminazione femminile, il dibattito sulla libertà delle donne e, in dialogo con alcuni temi foucaultiani, sul plesso controllo politico/controllo della sessualità, si sta gradualmente ponendo come centrale, come dimostra il jihād di genere teorizzato da Amina Wadud (1952) che intende l’Islam non come mera sottomissione, ma come impegno a farsi carico dell’opera di Dio e che promuove una vera lotta per la risignificazione delle categorie femminili non come subordinate, ma come veri soggetti politici con delle specifiche caratteristiche che segnano una differenza di genere rispetto ai soggetti maschili.
Nonostante la troppo spesso dichiarata inconciliabilità teoretica tra mondo occidentale e mondo islamico, appare oggi più che mai urgente ripensare il pensiero filosofico come occasione di contaminazione e di confronto fecondo: se la matrice ebraica risulta ormai un elemento centrale per il pensiero filosofico, altrettanto non può dirsi per quella porzione di mondo semitico che è l’Islam, che per ragioni sia intrinseche che esterne, ha finito per essere percepito come un’alterità irrelata e chiusa. In questa prospettiva, la rivista Occhialì intende dare spazio a una serie di interrogativi, quali per esempio: fino a che punto il pensiero occidentale contemporaneo riconosce l’alterità islamica come sua interlocutrice e in che modo ne elabora il portato? In che misura la filosofia ha assimilato elementi dei due grandi monoteismi qui messi a tema (ebraismo e Islam) traducendoli nel lessico della metafisica, e come questi elementi sono attualmente pensati filosoficamente? In che modo pensatori ebrei per confessione o formazione si interrogano sul proprio “ebraismo” e fino a che punto questo plasma il rapporto con altre forme di pensiero? Quale specificità emerge dal pensiero islamico e in che modo essa entra in dialogo con le problematiche attualmente centrali nel dibattito filosofico? Quali motivazioni razionali (e irrazionali) animano il mancato riconoscimento di una filosofia islamica che possa iscriversi a pieno titolo nelle riflessioni accademiche? E da quale prospettiva i pensatori musulmani leggono i testi di filosofia contemporanea? Quali elementi veicolati dalla matrice ebraica vengono elaborati o criticati in seno alla speculazione islamica contemporanea? Quali sistemi valoriali e politici si fondano sulla visione islamica, su quella ebraica e su quella “occidentale” contemporanea, e quali punti di tangenza vi sono tra i sistemi che ne derivano?
Tutti questi interrogativi (e molti altri) non possono ricevere adeguata risposta se non attraverso una triangolazione prospettica che dia spazio a ciascun vertice singolarmente inteso, così come alle relazioni di confronto o di esclusione tra di essi. Proponendo un audace tentativo di riflessione comparativa, la rivista Occhialì si propone di far emergere prospettive di convergenza (o di significativa divergenza) fra due universi spirituali e speculativi che da sempre animano la regione mediterranea.
A fronte di un mondo che troppo spesso dimentica di pensare in modo ragionato all’incontro tra culture apparentemente inconciliabili, e in cui l’antisemitismo torna a essere un tema dibattuto senza che vi sia la capacità di osservare l’universo semitico come plurivoco e composto da diverse anime (islamica ed ebraica, a loro volta plurali), il presente fascicolo vorrebbe porsi come luogo di confronto e come genuino gesto interculturale.
Con l’ambizioso auspicio di offrire uno spazio di dialogo fecondo, il seguente volume mira a sollecitare riflessioni e studi che possano promuovere un confronto filosofico tra le tre grandi tradizioni di pensiero che hanno segnato la storia del Mediterraneo.
Gli articoli, in inglese, francese, italiano o spagnolo, dovranno pervenire entro il 30 novembre 2024 all’indirizzo e-mail rivista.occhiali@gmail.com in una forma compatibile con la procedura di blind review: un file dovrà contenere nome e cognome dell’autore, indirizzo di posta elettronica, breve nota biografica, titolo e abstract (150 parole in inglese), 3-5 keywords; l’altro file dovrà contenere il contributo senza nessun riferimento all’autore o a suoi lavori già noti che possano ricondurre a lui. Gli articoli, redatti secondo le norme editoriali indicate qui, dovranno essere lunghi non più di 30.000 battute spazi inclusi, bibliografia esclusa.
[ENG.]
Interwoven Thoughts. Islam and Judaism in Contemporary Philosophy
edited by Giacomo Maria Arrigo and Lorenza Bottacin Cantoni
Over the centuries, Western philosophy of Greek origin has frequently been in dialogue with Jewish thought which has been and continues to be a constant source of confrontation. In more recent times, the speculative arc of the “new thinking” which, for Franz Rosenzweig, extends from Athens to Jerusalem (one might add: via Rome), outlines a philosophical path that aims to reconcile theoretical and religious experience in a practice that bridges the gap between existence and philosophy. The fruitful confrontation between the Greek-Christian speculative horizon and the Jewish source has had a significant impact on the direction of contemporary philosophical thought. Walter Benjamin, Martin Buber, Emmanuel Levinas, and Jacques Derrida are just a few examples of Jewish philosophers or thinkers of Jewish origin who have attempted to translate a spirituality that challenges philosophical language into the categories of metaphysics. Nevertheless, the dialogue between the Greco-Christian West and Judaism is traversed by an otherness that cannot be ascribed to this binomial. This aspect is, however, often overlooked in the philosophical field.
In The Man Moses and the Monotheistic Religion (1939) Sigmund Freud puts forth the hypothesis that Moses was of Egyptian origin and transmitted monotheism to the Jewish people. Edward Said (1935-2003) subsequently denounced the West’s construction of the “other” in the form of the Orient through academic, literary, and political discourses and practices. Such a framework maps global culture in which a generic Eastern Other is connoted with backwardness, passivity, and unknowable exoticism (due to its irrationality). This is then used to justify and support imperialism and colonialism. According to Said, Orientalist discourse determines a representation that has had profound implications for Western understanding and interaction with Eastern worlds, often reducing their varied richness to simplified and negative stereotypes.
This volume aims to question the notion of the Eastern and Western worlds through a philosophical confrontation that engages with the Mediterranean dialogue between European, Jewish, and Islamic thought. Reconstructing the role of Islamic thought in this philosophical dialogue is a challenging task. Nevertheless, it is undeniable that Islamic philosophy played a pivotal role in the transmission and transformation of Greek thought, particularly during the Middle Ages. Philosophers such as Avicenna, Averroes, and Al-Farabi not only preserved but also developed and rethought the Greek legacy, relating it to the underlying principles of Islamic knowledge. It is sometimes the case that medieval and modern Western philosophical thought fails to recognise the profound debt to Islamic philosophy. This is illustrated by the rich stream of translations from Arabic to Latin, which were compiled by exponents of the school of Toledo. This contribution, fundamental to the preservation, dissemination and interpretation of the Aristotelian corpus and classical Greek thought in Europe, has too often been misunderstood. Here we openly dissociate ourselves from the perspective that seeks to downplay the role of the Islamic world in the transmission of Greek knowledge. These interpretations favor a predominant influence of Christian monks, which we do not accept. This thesis, defended by S. Gouguenheim in his essay Aristote au Mont Saint-Michel, is characterized by unacceptable Eurocentrism and questionable historical-philological methodologies, which we would like to deconstruct here. Moreover, despite the great importance of the contributions of Islamic authors from the medieval period, Islamic thought has often remained on the margins of the dominant philosophical narratives in the West since the modern era, perhaps also because of the complex placement of its authors in a theological or juridical-political disciplinary field rather than a strictly metaphysical one.
Nevertheless, Islamic thought itself in modern and contemporary times is animated by the intention to engage with European philosophy, as evidenced, for example, by the project of renewal (tajdīd) of Hasan Hanafī, whose speculative project aims to dismantle the power dynamics of the lemmas “Orientalism” and “Occidentalism” through a critique of the notion of the “other” in which the self is the dominant subject and the other is the object subordinated to the gaze of the hegemon. Orientalism, according to Hanafī, reveals more about the subject of research than the object of research: the Western vision aims to better understand in order to better master an East that is as generic as it is misinterpreted. Thus, we need to think of power relations as temporary, and to reverse the sense of the hermeneutic subject-object dynamic, so that the gaze of the ‘East’ can carry out, with the study of the ‘West’, an even stronger project of decolonizing (Hanafi, 2012).
Taking this as its starting point, this volume aims to analyze how contemporary Islamic thought is measured against the Western philosophical tradition, which elements are retained and which are reinterpreted and rethought according to purely Islamic categories, attempting to show, for example, how the lessons of Mounier and Lacroix are mixed with the early reading of Heidegger in the personalism of Muhammad ‘Aziz Lahbābī (1923-1993); how the democratic tradition is put to the test in Muhammad ‘Ābid al-Jābrī’s (1935-2010) critique; how a Western-derived term such as secularism of thought is interpreted within the Muslim tradition in Bassam Tibi’s (1944) reading; how a European Muslim conceives of the Westernization-decolonization plexus, and what political implications the critical exercise of a possible collective Muslim identity implies in Tarīq Ramadān’s (1962) reformist view.
Another strand of reflection is that which concerns the intellectual experience of contemporary female Islam, which is primarily focused on practical philosophy and less interested in theological-theoretical speculation. How has feminist thought developed in the West inspired recent reflections on the meaning and role of women in Islam? Beginning with the feminist experience of Hudā Sha’rāwī (1879-1947), which opened up the possibility of thinking critically about women’s rights and raised the question of female self-determination, the debate on women’s freedom and, in dialogue with some Foucauldian themes, on the political control/regulation of sexuality has gradually become central. This is evidenced by the gendered jihad theorized by Amina Wadud (1952), who understands Islam not as mere submission, but as a commitment to take on God’s work, and who promotes a genuine struggle for the re-signification of female categories not as subordinates, but as true political subjects with specific characteristics that mark a gendered difference from male subjects.
Despite the all too often proclaimed theoretical irreconcilability between the Western and Islamic worlds, today it seems more urgent than ever to rethink philosophical thought as an opportunity for contamination and fruitful confrontation: if the Jewish framework turns out to be a central element for philosophical thought, the same cannot be said for that part of the Semitic world that is Islam, which, for both internal and external reasons, has ended up being perceived as an unrelated and closed alterity. From this perspective, the journal Occhialì intends to provide an opening for a series of questions, such as: to what extent does contemporary Western thought recognize Islamic otherness and how does it elaborate it? To what extent has philosophy assimilated elements of the two great monotheisms under consideration here (Judaism and Islam), translating them into the lexicon of metaphysics, and how are these elements currently conceived philosophically? How do Jewish thinkers, by religious confession or by education, question their own “Judaism”, and to what extent does this inform the relationship with other ways of thinking? What is the specificity of Islamic thought? How does it enter into dialogue with issues currently at the center of philosophical debate? What rational (and irrational) motivations animate the failure to recognize an Islamic philosophy that can be fully inscribed in academic reflection? And from what perspective do Muslim thinkers read contemporary philosophical texts? What elements conveyed by the Jewish context are elaborated or criticized within contemporary Islamic speculation? What are the systems of values and politics based on Islamic, Jewish, and contemporary “Western” views, and what intersections exist between the resulting systems?
All of these questions (and many others) can only be adequately answered through a perspectival triangulation that gives space to each vertex individually, as well as to the relations of comparison or exclusion between them. By proposing a bold attempt at comparative reflection, Occhialì aims to bring out possibilities of convergence (or significant divergence) between two spiritual and speculative universes that have always animated the Mediterranean region.
Facing a world that too often forgets to consider the encounter between seemingly irreconcilable cultures, and in which anti-Semitism is re-emerging, unable to consider the Semitic universe as plurivocal and composed of different souls (Islamic and Jewish, which are themselves plural), this issue wants to offer itself as a field of confrontation and as a genuine intercultural gesture.
With the ambitious hope of offering a space for fruitful dialogue, the following volume aims to call for reflections and studies that can promote a philosophical comparison between the three great traditions of thought that have marked the history of the Mediterranean.
The articles, written in English, French, Italian or Spanish, must be sent by 30 November 2024 to rivista.occhiali@gmail.com in a format compatible with the procedure of blind review: a file will have to include the author’s name and surname, email address, a short biographical note, title and abstract (150 words in English), 3- 5 keywords; the other file will have to include the contribution without any reference to the author or to their known works that might point back to them. The articles, formatted according to the editorial norms, shall not exceed 30,000 characters, including spaces and excluding the bibliography.
